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"Comunicare l'un l'altro, scambiarsi informazioni è natura;

tener conto delle informazioni che ci vengono date è cultura".

(Goethe)

    

  

 
Il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli non è mai stato abbandonato. Una malattia non può considerarsi debellata fino a quando l'ultimo agente patogeno non sia stato stroncato. Da un solo ceppo resistente, l'infezione può sempre tornare a proliferare.
La malattia delle istituzioni si chiama P2. L'agente patogeno resistente al trattamento è la tessera n°1816 dell'albo: Silvio Berlusconi.

Ci sono delle analogie strabilianti tra il manifesto della P2 e la storia italiana degli ultimi trent'anni di cui Berlusconi è stato protagonista. Vediamo quali.
 
Il Discepolo 1816 video di byoblu
 

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vignetta di Molly Bezz

 
 
Finalmente l'uomo nero, l'orco delle fiabe è riapparso. Ci mancava un po', diciamo la verità. Quando non c'è lui, manca qualcosa. Per la precisione mancano le critiche dei giornalisti difensori della libertà; mancano i girotondi; manca la satira che attacca il potere; manca Moretti che fa i film; mancano i difensori della democrazia e della Costituzione. Insomma, quando non c'è Berlusconi, manca la sinistra. Che infatti, quando aveva la maggioranza in Parlamento ed era al governo, è sparita per due lunghi anni. Silenzio su tutto il fronte, non un colpo sparato.

Ma a noi la sinistra manca, quando non c'è. E' una questione sentimentale. Non ti puoi affezionare a Calderoli e al suo sguardo appoggiato al doppiomento; non puoi andare dietro ad Fini con la kippà e a Berlusconi con la bandana, contemporaneamente. A chi ha un po' di gusto estetico, la destra non piace. Suvvia, sono belli, ma non ti “prendono”. Sono come i cani di razza, dal pelo lucido e le gambe snelle: li guardi, ma non li ami. A te piacciono i bastardini, col pelo arruffato...

i graffi sulle orecchie e la gambina spezzata. Secchi secchi, con la lingua di fuori. Quelli sono i cani per cui ci si può perdutamente innamorare.

Eccola allora la sinistra che torna, una volta buttata fuori dal Parlamento. Tornano i giornalisti che si svegliano dal loro torpore e tornano i protestori, quelli che gridano al fascismo e agli attacchi alla Costituzione.

Sono teneri questi della sinistra, ma dopo un po' scassano. Anche il più batuffoloso dei cuccioli, dopo che ha abbaiato sei ore, stanca. Abbiamo capito, vi siete sfogati con Berlusconi, però adesso basta. Tanto non siete credibili, quando abbaiate.

E' vero, Berlusconi non è esattamente il massimo che ci si possa aspettare da un consesso civile. Uno come lui, in qualsiasi gruppo umano, verrebbe scartato e lasciato ai margini, al massimo gli si pagherebbe da bere per ridere delle sue spacconate.

Berlusconi, però, è solo un residuo. E' uno dei tanti residui organici non riciclati della Guerra Fredda. Berlusconi era un ingranggio di quel sistema ufficialmente inesistente che legava servizi stranieri e italiani, mafia, pezzi di Vaticano, massoneria, terroristi rossi, neri e mediorientali in un sodalizio paracriminale volto alla difesa dei propri privilegi contro la popolazione italiana e con la scusa del “comunismo”. Si è costruito un impero edilizio e mediatico, è riuscito a far assimilare ad un gran numero di italiani quella parte di subcultura popolare televisiva già ben funzionante in America ed ha creato un blocco editoriale che sosteneva ideologicamente quel sodalizio paracriminale.

Poi però quel sodalizio ha perso la sua ragion d'essere. Il mondo è cambiato, il comunismo non si poteva più usare come scusa ed in fondo l'Italia non aveva più quel ruolo strategico che aveva prima. E così, la rete che sosteneva Berlusconi è venuta meno, e Berlusconi è rimasto senza amici. Anzi, non proprio senza: gli sono rimasti gli amici scomodi, quelli lasciati con le spalle scoperte anche loro, dopo che era finita la pacchia gentilmente fornita dagli amici d'oltre oceano.

Berlusconi si è trovato senza protezioni e, quindi, come tutte le puttane che perdono il protettore, anche a lui è toccato di essere pestato per bene. Non che non lo meritasse e non che ci sia stata alcuna congiura contro di lui da parte dei giudici. E' solo che quando qualcuno ha smesso di depistare, di non controllare a dovere e di scrivere le sentenze a tempo di record, il castello è crollato. Un pedone sacrificabile, lasciato al suo destino.

Per questo si è messo in politica. Il potere non lo proteggeva più ed era necessario proteggersi da solo. E proteggere i propri amici, che sono una razza particolare di amici, quelli molto incazzosi, secondo i quali non averti rapito trent'anni prima significa che sei loro debitore in eterno.

Ovviamente per proteggersi ha dovuto ricrearsi un nuovo giro di amici, ed ecco allora l'allegra banda di cattolici adulteri, di fascisti in visita permanente allo Yad Vashem, di secessionisti che giurano sulla bandiera italiana. Una vera Corte dei Miracoli, dove Silvio IV comanda da vero re. E insieme a questi amici sta brigando per mettersi a posto e per mettere a posto soprattutto i suoi amici incazzosi. Poi, a lui non importano le conseguenze delle sue azioni, come non sono mai importate ai suoi predecessori. Ha portato un branco di affamati al banchetto e questi hanno perso ogni limite e cercano in tutti i modi di placare la loro fame ancestrale.

Ed ecco che puntuale scatta il coro della sinistra. Il che, da un punto di vista formale, non è nemmeno del tutto errato. Ma dal punto di vista sostanziale non si tiene in piedi nemmeno con lo sputo. Ricordare i danni che sta facendo la corte di Silvio IV non è necessario. Ma sarà il caso di ricordare ai sinistri cosa è successo quando c'erano loro al potere (e contestualmente ricordar loro che non è più il 1950 e al governo ci sono stati per lunghi anni).

Grazie alla sinistra, l'Italia ha ripreso la tradizione delle guerre di aggressione verso Paesi che niente le avevano fatto, sancendo, più o meno legalmente, il diritto dell'Italia a partecipare a crimini di guerra e contro l'umanità ed ha attivamente contribuito alla loro organizzazione e messa in atto. E' grazie alla sinistra che l'Italia può fare questo. E la ex Jugoslavia ancora ringrazia. Così come ringraziano l'Afghanistan e l'Iraq. Se applicassimo i principi stabiliti a Norimberga, i governi D'Alema e Prodi, insieme a Berlusconi, andrebbero giudicati di fronte ad una corte internazionale per reati che prevedono come pena massima l'impiccagione.

Grazie alla sinistra, la situazione dei lavoratori italiani è a dir poco alla follia. Certo, Berlusconi può aver dato il colpo di grazia, ma l'impianto legale ed ideologico è stato dato dalla sinistra di governo.

Quando parti della popolazione non schierate politicamente si sono battute per vedere i loro diritti salvaguardati dalla violenza di governo, come è accaduto in Val di Susa, in Campania o a Vicenza (tanto per fare degli esempi), la sinistra non ha esitato a calpestare le bocche che parlavano contro il governo. Così come è accaduto nel 2001, quando una manifestazione a Napoli è stata repressa nel sangue e nella violenza organizzata contro i partecipanti; così come è accaduto poco dopo a Genova, dove la polizia e i carabinieri – gestendo l'ordine pubblico allo stesso modo che a Napoli, cioè secondo le direttive del governo di sinistra – hanno rapito decine di manifestanti, ne hanno pestati a sangue centinaia e hanno sparato in faccia ad un ragazzo di vent'anni.

La sinistra frigna quando Berlusconi dispone della Rai come meglio crede e ci racconta la storia che prima di Berlusconi la Rai era libera. Mentre Berlusconi fa quello che hanno fatto tutti i governi prima di lui, sinistra compresa, solo che lui lo fa meglio, perché giustamente non capisce per quale motivo, avendo sul piatto una torta intera, dovrebbe lasciarne metà ai suoi avversari.

A differenza di Berlusconi, la sinistra non ha mai alzato la voce contro i giudici. Però quando due giudici (De Magistris e Forleo) hanno cominciato ad andare oltre fatti di “banale” corruzione e evasione fiscale ed a toccare persone del governo che non andavano toccate, immediatamente sono stati degradati a portinai del tribunale di qualche paesino di montagna. E non si è alzata voce che fosse una; non si ricordano editoriali indignati, critiche per gli attacchi ai giudici o timori per la democrazia minacciata. Tutto calmo, non un colpo sparato.

A differenza di Berlusconi, a sinistra non delinquono, non corrompono nessuno. Ecco, diciamo che lo fanno in misura molto minore e con molto meno clamore. Quando però Andreotti venne proclamato mafioso in nome del popolo italiano da un Tribunale della Repubblica, nessuno ha parlato, se non per fare i complimenti ad Andreotti.

Ma paragoniamo le due situazioni. Berlusconi è evidentemente un uomo con “poco” potere: se avesse un potere davvero assoluto, non si scomporrebbe nemmeno di fronte alle accuse della magistratura. Come Andreotti: forse che lui, uomo potente tra i potenti, ha mai temuto qualcosa? No, naturalmente. Quando lo hanno proclamato mafioso, lui è diventato senatore a vita e nessuno ha mai osato ricordargli quella sentenza. Questo è vero potere.

Quando De Magistris ha cominciato a vedere “oltre”, nessun primo ministro ha alzato la voce. Sono stati i suoi colleghi, quegli stessi che adesso blaterano di democrazie e costituzioni, a farlo fuori e a metterlo a pulire i cessi. Questo è vero potere.

Quindi, sinistra, ti sei lamentata a dovere. Fino a ieri c'eri tu al governo e, oltre a non aver messo a posto tutti i presunti danni procurati da Berlusconi, hai fatto pure tu lo stesso. Ma adesso basta, sul serio. Non ti crede più nessuno, nemmeno quelli che ti hanno votato.

Taci, la tua voce ci è di tedio.

continua su Pressante
 
 
di Sabina Morandi da Liberazione
 
E' l'alba di un giorno scuro e piovoso. Un ragazzo si nasconde fra la folla per assistere alla tortura e all'esecuzione del suo maestro, la cui unica colpa è stata quella di avere diffuso le conoscenze sacrileghe e blasfeme degli antichi filosofi greci. Sul rogo, insieme al filosofo, bruciano infatti le traduzioni proibite in un'Europa dominata dalla superstizione e dalla violenza dei signori della guerra che regnano incontrastati. Dopo avere assistito all'atroce spettacolo il ragazzo scappa verso Sud portando con sé alcune opere del maestro, deciso ad abbandonare quelle terre di oppressione e di oscurantismo. Quando finalmente riesce a valicare i Pirenei gli si apre davanti una terra ricca e pacifica, dove le donne discutono alla pari con gli uomini e dove i libri, invece di essere distrutti, vengono conservati nelle biblioteche pubbliche.

E' l'inizio de Il destino, un film di qualche anno fa ambientato nei secoli più bui del Medioevo che il regista egiziano Youssef Chahine ha dedicato alla vita di uno dei più importanti filosofi della storia, Averroè, il cui razionalismo influenzò fortemente gli intellettuali occidentali dell'epoca. Dante, fra gli altri, si considerava un "averroista" convinto e l'intero pensiero islamico era una vera e propria boccata di ossigeno fra i cristiani illuminati che mal sopportavano la soffocante cappa di censura e superstizione che era, all'epoca, la caratteristica principale della cristianità. I libri di Averroè venivano contrabbandati, le sue dottrine trasmesse e le sue parole imparate a memoria per non incorrere nelle ire dell'Inquisizione. Spostando il punto di vista come ha fatto il regista, e riportando alla luce la storia rimossa di quei secoli oscuri, si capisce che la religione ha ben poco a che fare con i fondamentalismi di ogni epoca e di ogni latitudine.


Lo spiazzamento del pubblico occidentale nei confronti di un film girato per denunciare il fondamentalismo islamico attuale, non stupisce. Ci hanno insegnato che i secoli che separano la caduta dell'impero romano dal rinascimento sono stati anni di paura e barbarie, ma non ci è stato spiegato che ne siamo usciti unicamente perché siamo venuti in contatto con la civiltà più ricca e più evoluta dell'epoca, appunto l'Islam. Pochi occidentali sanno che, mentre l'Europa veniva spopolata dalle malattie e dalla fame, a Sud fioriva una civiltà che aveva come capitali Baghdad e Damasco, una civiltà cui noi occidentali dobbiamo la salvezza del patrimonio che consideriamo fondativo per la nostra cultura: la filosofia greca. Se gli studiosi dell'epoca di Solimano e del Saladino non avessero fatto propria la grande filosofia antica non avremmo né Platone né Aristotele perché la raffinata rete dei traduttori arabi, attraverso i quali ci sono pervenute le loro opere, non sarebbe esistita. Né, del resto, sarebbe potuta nascere la scienza moderna senza la libertà di studiare e sperimentare concessa ai matematici e agli scienziati arabi, il cui contributo è stato completamente cancellato per fare posto alla propaganda dello scontro fra civiltà.

Nell'ottica di Allah

Beltegeuse, Rigel, Aldebaran, Algol e Sirrah. Le stelle parlano arabo da secoli, da quando scienza, civiltà e tecnologia se ne stavano al di là del Mediterraneo, e i barbari sporchi, ignoranti e poveri che calavano per razziare le ricche città o per emanciparsi attraverso lo studio nelle rinomate università locali, eravamo noi. Per secoli la filosofia, la matematica e la medicina, per non parlare dell'astronomia, della chimica o dell'ottica, sono state islamiche, nel senso che l'Islam ha trasmesso e rielaborato le antiche discipline egizie, babilonesi, indiane e greche, e ne ha fondate di proprie. Un debito, quello nei confronti della scienza islamica, di cui si trovano innumerevoli tracce nel linguaggio stesso di molte discipline moderne che consideriamo, a torto, figlie della superiore "civiltà occidentale" ma che i nostri progenitori riconoscevano appieno, facendo di tutto per procurarsi i testi scientifici degli "infedeli".

L'origine della scienza islamica affonda nei nostri secoli più bui. Gli arabi avevano già preso a studiare il cielo, raccogliendo l'eredità dei greci e degli indiani, già nel VIII° secolo e nell'828 fu costruito a Baghdad il primo osservatorio astronomico del mondo. L'astronomia andava di pari passo con l'ottica e con lo studio della fisiologia dell'occhio: se ne ritrovano tracce nell'origine araba di termini medici come "retina" o "cataratta". L'amore della cultura musulmana per tutto ciò che aveva a che fare con la visione ha indubbiamente radici religiose, ma l'afflato mistico non deve trarre in inganno: la scienza islamica era sostanzialmente empirica - cioè amava sperimentare - e fortemente matematizzata, cosa questa che fa affermare ad alcuni storici che siano stati proprio gli arabi a insegnarci i primi rudimenti della formalizzazione matematica, caratteristica principale della scienza occidentale doc. Ibn Al-Haitham, ad esempio, noto in occidente con il nome di Alhazen, è considerato il massimo esperto di ottica tra Tolomeo e Witelo. L'alta considerazione di cui godeva anche fra i contemporanei non deve stupire: già intorno all'anno Mille Alhazen combinava elaborati trattamenti matematici con i modelli fisici e un'accurata sperimentazione, dando così una svolta empirica all'indagine scientifica, cosa che, in Occidente, avverrà solo dopo cinque secoli.

I calcoli degli astronomi e degli studiosi di ottica arabi furono possibili solo perché gli strumenti matematici erano già altamente sviluppati. L'apporto degli arabi alla scienza del calcolo fu così importante che non se ne è persa memoria e infatti uno dei pochi debiti che gli occidentali non hanno dimenticato è l'invenzione dello zero che rese possibile la nascita del calcolo posizionale, quello in colonne per intenderci. L'introduzione dei numeri indiani - da noi chiamati arabi - e lo sviluppo dell'algebra, fecero il resto. Un nome per tutti è quello del grande matematico del IX° secolo, Al Khwarizmi, che scrisse il Libro del compendio nel processo di calcolo per trasporto ed equazione , più volte tradotto in latino e diffuso in Europa con il nome di Liber Algorismi , una latinizzazione del suo nome da cui deriva il termine "algoritmo".

La medicina

Per secoli la medicina araba è stata talmente più avanzata di quella occidentale da indurre gli stessi crociati a servirsi dei dottori cavallerescamente offerti dal nemico assediato. Gli arabi conoscevano infatti i testi greci di Ippocrate e di Galeno, che l'Europa aveva perduto, insieme alle molte nozioni derivanti dalle teorie e dagli esperimenti degli alessandrini che si erano diffuse nell'Egitto ellenizzato e in Asia minore. L'arrivo in Occidente delle traduzioni di Platone e Aristotele rese accessibile agli studiosi del barbaro Nord anche le teorie dei filosofi e dei medici islamici. Per circa due secoli la filosofia greca è stata infatti studiata nelle versioni arabizzate tratte dai commenti del razionalista Averroè o del mistico Avicenna, i più importanti filosofi dell'Islam, ed è a queste versioni che si riferivano i nostri filosofi. A Bologna come a Parigi gli studenti, ma anche i padri del dogma cattolico come San Tommaso d'Aquino, dovettero piegarsi alla superiorità della sapienza araba del tempo.

Ma Avicenna non era soltanto un filosofo. Mentre nei villaggi nordici che in seguito divennero noti con il nome di Parigi o di Londra, si curavano le malattie con gli incantesimi, nel profondo Sud veniva fondata la medicina moderna. Il Canon medicinae di Ibn Sina, nome originale appunto del grande Avicenna, è stato praticamente l'unico libro di testo degli studenti di medicina per quasi tre secoli e ha continuato, per tutto il Rinascimento, a essere il libro più stampato in Europa. Ma Avicenna è in buona compagnia. Fu l'arabo Al-Razi a fondare l'ostetricia e a fornire la prima descrizione scientifica del vaiolo e del morbillo - e a prospettare la possibilità di immunizzare i sani attraverso le secrezioni dei malati - mentre Ibn Nafis fu il primo a descrivere il meccanismo della circolazione sanguigna. Tutti nomi ignorati dai manuali di storia della medicina che riportano solo le date - e gli autori - delle ri-scoperte occidentali.

Con le sue grandi intuizioni, come l'ipotesi dell'esistenza dei microbi e i primi esperimenti con i vaccini, la medicina araba era decisamente all'avanguardia nella teoria così come lo era nell'insegnamento e nella pratica. Nelle scuole di medicina islamiche si cominciò a pretendere che gli studenti si misurassero con la pratica clinica oltre che con i testi e per favorire l'apprendistato, oltre che per il controllo delle epidemie, venne abbracciata un'idea del tutto nuova: raggruppare i malati in una struttura dove i medici avrebbero potuto assisterli e gli studenti imparare dalla pratica dei propri maestri. Venne inventato insomma quello che, per dirla con parole moderne, è il policlinico universitario, che fece la sua comparsa in Europa solo nel diciannovesimo secolo. A Damasco la prima struttura ospedaliera del mondo venne costruita esattamente mille e cento anni prima: nel 707 dopo Cristo, data che lascia un tantino allibiti visto che, a quell'epoca, dalle nostre parti ancora non si pensava nemmeno ai lazzaretti.

Malgrado un'attenzione particolare per l'aspetto psicosomatico che colpisce per la sua modernità, l'approccio medico islamico era sostanzialmente razionalista e si basava su approfondite conoscenze anatomiche che gli europei, a cui non era consentito lo studio dei cadaveri, non potevano avere. Del resto il tabù sulle autopsie rimase valido in tutta la cristianità almeno fino al XVII° secolo e oltre - come testimoniano le rocambolesche "avventure" dei pittori rinascimentali, più note di quelle dei loro contemporanei medici. Ma un'altra caratteristica che rendeva i dottori arabi estremamente efficienti rispetto ai colleghi occidentali, era la possibilità di disporre di una quantità incredibile di sostanze provenienti dagli estesi domini dei califfi - ovvero sali, acidi, alcaloidi ed erbe - che rifornivano il prontuario con una serie di rimedi degni di una moderna farmacia. L'alchimia, da cui trae origine la moderna chimica, era infatti un altro settore particolarmente fecondo della scienza islamica.

A tutta chimica

Lo sviluppo dell'alchimia proviene dall'altro grande filone culturale che si unì a quello greco per dare luogo alla scienza islamica, ovvero le antichissime conoscenze provenienti dall'India e dalla Cina. Nel periodo della sua massima espansione, infatti, l'Islam si estendeva dall'India alla Spagna passando per la Persia, il nord-Africa e la Sicilia. La capitale venne spostata da Damasco a Baghdad dove, grazie alla grande tolleranza culturale del califfo Harum al-Rashid (786-809 d.C.), cominciarono a convergere i saperi e le tradizioni dei popoli conquistati. Sotto il regno dell'Illuminato, come venne chiamato il califfo più volte citato in Le mille e una notte , venne fondata e sviluppata la "Casa della sapienza", ovvero un centro di mecenatismo finanziato dallo Stato che sorgeva intorno a una grandiosa biblioteca inter-religiosa. Nella Casa della sapienza cominciarono ad affluire da tutto il mondo studiosi e religiosi, pensatori e praticanti, in un'atmosfera di libertà intellettuale mai conosciuta prima, e Baghdad diventò per la scienza quello che Atene era stata per l'arte durante l'età di Pericle.

Fu in questo clima che l'alchimia si sviluppò e cominciò a cimentarsi con la produzione di alcune sostanze utili. La chimica islamica, libera dalle condanne e dai pregiudizi religiosi che in Europa la condannarono alla clandestinità fino ai tempi di Newton, a Baghdad ebbe la possibilità di svilupparsi come una scienza e una tecnologia specifica, separandosi molto presto dalle sue origini magiche. Jabir ibn Hayyan, il più famoso alchimista arabo vissuto nella seconda metà del VII° secolo, perfezionò il processo di distillazione dell'alcool (la cui etimologia deriva appunto dalla parola araba "al-ghul"), costruendo nuovi tipi di alambicchi. E' da notare che la preparazione e la produzione dell'alcool a uso medicinale fu consentita, malgrado la ben nota proibizione coranica.

Un altro importante frutto degli esperimenti dei chimici di Baghdad furono i progressi relativi alla fabbricazione della carta, che utilizzarono e migliorarono gli antichi metodi importati dalla Cina. Nel 793 venne fondata a nella capitale una vera e propria fabbrica che, attraverso una produzione semi-industriale, ricavava la carta da una pasta di fibre di canapa e di gelso mescolate ad allume e colla. E con la produzione della carta su larga scala, ovviamente, la diffusione dei libri nel mondo islamico divenne molto più rapida e immensamente più economica, anche se bisognerà aspettare l'invenzione della stampa in Occidente - più di sette secoli dopo - per arrivare alla possibilità di un accesso davvero universale al sapere scritto.

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Stupisce lo stupore. Ma come: Berlusconi rinuncia a diventare uno statista per sistemare le sue tv e i suoi processi? Ma non era cambiato? In realtà, in questi 15 anni, tutto è cambiato tranne lui. Lui non ha mai fatto mistero di quel che è. Fin da quando, alla vigilia dell’ingresso in politica, confidò a Montanelli e Biagi: «Se non entro in politica, finisco in galera».

Infatti da 15 anni, che governi lui o gli «altri», il Parlamento è mobilitato per salvarlo dai processi.
Miracolo. Il 1994 si apre con la «discesa in campo per un nuovo miracolo italiano». Quale miracolo, lo si capisce poche settimane dopo.  Quando, al termine di un anno di indagini, la Procura di Milano chiede l’arresto di Paolo Berlusconi per le tangenti al fondo pensioni Cariplo in cambio dell’acquisto di immobili Edilnord invenduti, e di Marcello Dell’Utri per i fondi neri di Publitalia. Una fuga di notizie del Tg5 salva Dell’Utri dalle manette, mentre Paolo finisce dentro e confessa. Il Cavaliere, che sui giudici dice il contrario di ciò che pensa per non urtare gli elettori, tutti schierati col pool Mani Pulite, vince le elezioni e forma il suo primo governo. Tenta, invano, di avere come ministri i due uomini simbolo del Pool, Di Pietro e Davigo, rispettivamente all’Interno e alla Giustizia. Scalfaro gli impedisce di nominare Guardasigilli Cesare Previti, che slitta alla Difesa. In via Arenula arriva Alfredo Biondi. Poi un sottufficiale della Guardia di Finanza denuncia il suo capo: gli ha offerto una quota di una mazzetta appena pagata dalla Fininvest per ammorbidire una verifica fiscale.
Decreto Biondi. E’ lo scandalo delle mazzette alle Fiamme Gialle: coinvolti un centinaio di militari e 500 aziende, tre delle quali appartengono al nuovo premier. L’ufficiale pagatore del Biscione è il dirigente Salvatore Sciascia, che sta per essere arrestato insieme a colui che, a suo dire, gli ha dato i soldi e l’autorizzazione a pagare: Paolo Berlusconi. Per i due è pronta la richiesta di cattura. E c’è il rischio che, in carcere, confessino la verità. Silvio, da Palazzo Chigi, commissiona in fretta e furia a Biondi un decreto per vietare la custodia cautelare in carcere per vari reati, compresi quelli contro la pubblica amministrazione. Corruzione compresa. E’ il primo Salvaladri, che fa uscire circa 3 mila detenuti in tre giorni. E soprattutto non fa entrare Paolo e Sciascia. Poi, a furor di popolo, Bossi e Fini non ancora ridotti a maggiordomi impongono il ritiro della porcata. Paolo e Sciascia finiscono in manette e confessano. Poi si scopre che il consulente Fininvest Massimo Maria Berruti ha depistato le indagini subito dopo un incontro a Palazzo Chigi col premier. Che, il 21 novembre, riceve il suo primo invito a comparire. Lui si adopera con ispezioni ministeriali e ricatti per propiziare le dimissioni di Di Pietro e il 6 dicembre le ottiene. Due settimane dopo, Bossi rovescia in polemica con la riforma delle pensioni.
L’inciucio. Il Cavaliere passa all’opposizione del governo Dini, anche se è pappa e ciccia col nuovo Guardasigilli Filippo Mancuso, che perseguita con attacchi e ispezioni le Procure di Milano e Palermo (qui si indaga su Berlusconi e Dell’Utri per mafia e riciclaggio). E ottiene la prima controriforma bipartisan della giustizia:quella che rende più difficile la custodia cautelare per i colletti bianchi. Nel marzo ’96, scandalo «toghe sporche»: indagati e/o arrestati alcuni magistrati romani, corrotti dagli avvocati Fininvest Previti e Pacifico, in seguito alle rivelazioni di Stefania Ariosto al pm Ilda Boccassini. Berlusconi è indagato come uno dei mandanti. Un mese dopo Prodi vince le elezioni e inaugura il quinquennio dell’Ulivo.
Ma sulla giustizia Berlusconi continua a vincere anche se ha perso, grazie all’Ulivo che gliele dà tutte vinte. Essendo indagato a Milano per corruzione dei giudici e della Finanza, per le tangenti a Craxi tramite All Iberian, per i fondi neri nell’acquisto del calciatore Lentini e dei terreni di Macherio, oltrechè indagato per mafia e riciclaggio a Palermo, attacca quotidianamente le Procure e anche Di Pietro, fino a quel momento risparmiato nella speranza che aderisse a Forza Italia. L’ex pm viene denunciato e indagato più volte a Brescia, dove anche gli altri pm milanesi devono difendersi dalle accuse del Cavaliere, che li fa incriminare per «attentato a organo costituzionale». Una specie di colpo di Stato.
Leggi ad personas. Intanto in Parlamento le leggi «ad personas» ammazza-toghe e salva-imputati si susseguono a getto continuo, sempre votate da maggioranze bulgare e trasversali, in parallelo alla Bicamerale, dove il lottatore continuo Marco Boato prepara bozze su bozze che mettono la magistratura al guinzaglio del potere politico. La bozza finale viene votata da tutti i partiti, eccetto Rifondazione. Sul più bello, il Caimano fa saltare il banco perché ormai ha ottenuto tutto quel che voleva: infatti, sono passate quasi tutte le leggi contenute nel programma della Giustizia del Polo, scritto da Previti nel ’96 e bocciato dagli elettori. Il nuovo articolo 513 Cpp cambia le regole dei processi a partita in corso e costringe i giudici a ripartire daccapo: prescrizione garantita a centinaia d’imputati di Tangentopoli. La Consulta lo dichiara incostituzionale e destra e sinistra, a tempo di record, lo conficcano nella Costituzione (articolo 111, il cosiddetto «giusto processo»). Seguono la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale, la legge imbavaglia-pentiti, il patteggiamento in Cassazione e la depenalizzazione dell’uso di false fatture (per risparmiare il carcere a Dell’Utri, condannato in appello a 3 anni e 2 mesi per false fatture), il no delle Camere all’arresto di Previti e Dell’Utri e così via. Incassato tutto l’incassabile, nel 2001 Berlusconi stravince e torna al potere.
Leggi ad personam. Ormai, da salvare dai processi, sono rimasti solo il premier e il fido Previti: per loro la giustizia-lumaca è ancora troppo efficiente e spedita. Dunque, per tutta la legislatura, si lavora per paralizzarla definitivamente. Appena rientrato a Palazzo Chigi, Berlusconi scatena subito i suoi onorevoli avvocati, Pecorella e Ghedini, e i suoi giannizzeri, Dell’Utri e Guzzanti, con una legge che si propone di cestinare tutte le prove trasmesse per rogatoria dalle magistrature straniere. Per esempio, le carte che dimostrano i passaggi di denaro estero su estero dalle sue aziende ai conti di Previti a quelli di alcuni giudici romani. Recitando un copione stilato da Pio Pompa, lo spione preferito dal comandante del Sismi Niccolò Pollari, che raccoglie schedature su magistrati, politici e giornalisti «rossi», il Cavaliere denuncia un complotto planetario dell’«Internazionale delle toghe rosse».
La Svizzera, per protesta, blocca la ratifica del trattato sulle rogatorie con l’Italia. I giudici di tutta Europa insorgono. Per fortuna la legge è scritta coi piedi e non verrà mai applicata da nessun tribunale: contrasta con le prassi e con una mezza dozzina di convenzioni internazionali, che prevalgono sulle norme ordinarie.
Intanto Tremonti escogita lo «scudo fiscale» per il rientro anonimo dei capitali illegalmente accumulati ed esportati all’estero. Nel gennaio 2002, il ministro Castelli tenta di trasferire il giudice Brambilla per far saltare il processo Sme. Il governo toglie la scorta a vari magistrati, tra cui Greco e la Boccassini. E abolisce di fatto il reato di falso in bilancio, per cui il premier è imputato in 5 processi: saranno tutti chiusi con la prescrizione o con la formula «il fatto non è più reato». In marzo chiede il trasferimento dei processi a Brescia: il Tribunale di Milano è infestato di toghe rosse e condizionato dai girotondi. Per propiziare il grande trasloco, vara a tappe forzate la legge Cirami che reintroduce il «legittimo sospetto». Ma nel gennaio 2003 la Cassazione lascia i processi dove sono: i giudici milanesi sono imparziali.
Allora il premier che sta per diventare per 6 mesi presidente di turno dell’Ue, impone il lodo Maccanico-Schifani: uno scudo spaziale che rende le 5 alte cariche dello Stato invulnerabili da ogni processo per ogni reato, anche comune, anche commesso prima di assumere l’incarico. C’è anche la norma Boato, che vieta ai giudici di usare le intercettazioni in cui compare anche indirettamente la voce di un parlamentare senza il permesso del Parlamento.
Toghe matte. Per evitare che la sentenza Sme-Ariosto arrivi prima del Lodo, il premier fa saltare le udienze inventando svariati «impedimenti istituzionali» e ricusando continuamente i suoi giudici (14 volte in tutto, tra lui e Previti). Ad abundantiam, spiega che i magistrati sono «antropologicamente diversi dal resto della razza umana», perché «se fai quel mestiere devi essere matto». Nel gennaio 2004 la Consulta dichiara incostituzionale anche il Lodo e il processo Sme al Cavaliere ricomincia.
Allora passa la legge per accorciare la prescrizione dei suoi reati e, per estensione, anche per quelli degli altri: si chiama ex-Cirielli perché il promotore Edmondo Cirielli di An, visto come gliel’hanno stravolta, la sconfessa e non si trova nessuno che voglia darle il proprio nome. Prescritto in primo grado per la tangente al giudice Squillante, Silvio teme la condanna in appello: l’apposito Pecorella abolisce l’appello per le sentenze di proscioglimento. Le condanne invece restano appellabili. Ciampi respinge la legge: incostituzionale. Il premier la rifà uguale e la Consulta la cancella.
Coa(li)zione a ripetere. Nel 2006, come sempre dopo aver governato, Berlusconi perde le elezioni. Ma sulla Giustizia rivince anche se ha perso. L’Unione gli regala subito un indulto extra-large di 3 anni per salvare Previti dagli arresti domiciliari. E gli attacchi ai giudici diventano pane quotidiano anche della sinistra, che crocifigge Clementina Forleo e Luigi de Magistris, rei di aver messo il naso in troppi malaffari trasversali.
Così, nel 2008, Lazzaro risorge e torna a Palazzo Chigi per la terza volta. E per la terza volta si occupa dei suoi processi. Taglia le intercettazioni. Abolisce la cronaca giudiziaria.Sospende almeno 100 mila processi per sospendere il processo Mills, in attesa di varare il Lodo Schifani-bis e rendersi di nuovo invulnerabile. Chi l’avrebbe mai detto. 

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vignetta di Molly Bezz 

 Emergenza Democratica

Stiamo vivendo una vera emergenza democratica, si militarizza il territorio, la legge sulle intercettazioni mette il bavaglio alla libera informazione e fa si che una quantità di reati di grave allarme sociale, come corruzione, concussione e usura, e tutti i reati contro l'amministrazione pubblica siano difficilmente idagati. Ora si prospetta un nuovo "Lodo Schifani" per garantire l' impunità al primo ministro.
Liberacittadinanza invita i cittadini a mobilitarsi in difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione

TUTTO PER SALVARLO di Pancho Pardi

AVVISO D'EMERGENZA di Furio Colombo

LA PARRUCCA DEL RE SOLE CHE GOVERNA IL BEL PAESE di Eugenio Scalfari

da Liberacittadinanza 

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La legge sulle intercettzioni è una censura inaccettabile alla libera informazione. I giornalisti sono pronti allo sciopero. Allarme presso le associazioni internazionali. Liberacittadinanza invita i cittadini a mobilitarsi contro questa "legge bavaglio".

INTERCETTAZIONI: E ALLORA ARRESTATECI TUTTI di Marco Travaglio

LA LEGGE DEL BAVAGLIO di Vittorio Emiliani

SANTA RITA, Da Mengele a Ponzio Pilato di Lidia Ravera
 
 
 
Il governo sul numero degli intercettati ha raccontato un sacco di frottole agli italiani. In Italia gli intercettati non sono ogni anno piu' di 20-25.000 e l'80% riguarda i reati delle associazioni mafiose che gli altri paesi, per fortuna, non hanno.

Il ministro Alfano in commissione Giustizia, nel suo primo atto ufficiale in Parlamento, ha raccontato bugie. Ha detto che un terzo delle spese per la giustizia se ne vanno per le intercettazioni, mentre e' il 2,5%; dice che gli italiani intercettati sono milioni, mentre non sono piu' di 20.000. Evidentemente era la preparazione di una campagna mediatica di delegittimazione del lavoro di giornalisti e magistrati, e che ha come ultimo obiettivo, da perseguire con questo disegno di legge, quello di garantire sempre piu' ampi spazi di impunita' in questo paese ai reati dei colletti bianchi. E anche la camorra ringrazia perche' scompaiono anche tutti i reati legati alle eco-mafie. Insomma un grave colpo allo stato di diritto in questo Paese.

Le indagini sulla clinica degli orrori sono iniziate quali semplici indagini per 'colpe mediche' ovvero 'per lesioni personali colpose', tutti reati che sono ben al di sotto del limite di 10 anni. Le imputazioni piu' gravi sono scattate solo a seguito delle intercettazioni. Questa e' la dimostrazione che in questa materia il Governo e la maggioranza si sta muovendo o con assoluta incompetenza o con assoluta malafede.
 
 
  
    
 
Divide et impera
Quello che fanno i mass media si chiama propaganda.
Siamo bombardati da dati senza senso.
La guerra è tra poveri e i ricchi se la ridono.
La guerra è tra poveri e i ricchi se la ridono.

Il potere esaspera mediaticamente i conflitti.
Italiano-straniero,
uomo-donna,
destra-sinistra,
con il risultato
che il potere ha sempre più potere
e il popolo diventa incapace di farsi sentire
perchè troppo preso a combattere
la sua guerra tra poveri.

E’ interesse delle caste tener vivo
lo scontro tra la destra e la sinistra
(divide et impera),
ma oggi l’unica lotta
è tra le coscienze addormentate e la libertà di pensare,
tra chi vuole conoscere e chi dorme nelle certezze
elargite dai poteri forti.

   
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continua su Articolo 21
 

    

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  "Veramente la scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto:

è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime.
L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze.
L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta.
Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai.
Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo".
   (Indro Montanelli)
 

  "Vagabondando  qua e là, un grosso cane finì in una stanza in cui le pareti erano dei grandi specchi.
Così si vide improvvisamente circondato da cani.
Si infuriò, cominciò a digrignare i denti e a ringhiare.
Tutti i cani delle pareti, naturalmente, fecero altrettanto, scoprendo le loro minacciose zanne.
Il cane cominciò a girare vorticosamente su se stesso per difendersi contro gli attaccanti,
poi abbaiando rabbiosamente si scagliò contro uno dei suoi presunti assalitori.
Finì a terra tramortito e sanguinante per il tremendo urto contro lo specchio.
Avesse scodinzolato in modo amichevole una sola volta, tutti i cani degli specchi l'avrebbero ricambiato.
E sarebbe stato un incontro festoso.

Si trova sempre ciò che si aspetta di trovare... "

grazie Nonno Nino

 
      
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