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__________________________________________________________________________________________________"Comunicare l'un l'altro, scambiarsi informazioni è natura; tener conto delle informazioni che ci vengono date è cultura". (Goethe)
Il 19 luglio 1992 moriva Paolo Borsellino. Tremo pensando a come lo ricorderanno le autorità: il presidente della regione Sicilia Salvatore Lombardo, il senatore Cuffaro, alcuni onorevoli affiliati al governo, qualche ministro.
Speriamo limitino il cordoglio ad una presenza decorativa. Tremo, immaginando il loro distinguere tra magistrati impegnati a combattere la criminalità e magistrati che «fanno politica» perché scavano nelle italiche vergogne. Tremo perché alle nostre spalle crescono generazioni che sanno poco o niente. Disinformate, distratte. Ogni messaggio ambiguo le allontana dalla concretezza che potrebbe aiutare la speranza mentre il silenzio li condanna all’indifferenza programmata da chi non sopporta la memoria. Ecco perché Borsellino dovrebbe essere ricordato mandando in onda solo le sue parole: intervista con domande e risposte. Nessuna retorica. Ultima voce del giudice coraggioso assieme alla voce di chi vuol sapere. Ricominciamo a sciogliere la matassa affari-politica dalla pazienza che ci ha insegnato Il colloquio è del 19 maggio ’92 con i giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscati. Nove giorni dopo Giovanni Falcone viene ucciso a Capaci. Borsellino capisce che gli è rimasto un tempo ormai contato. Nel maxiprocesso aveva inchiodato il gotha della mafia assieme a Falcone lasciando intendere a Cosa Nostra che non avrebbero mai smesso di frugare negli interessi di una società in parte segreta e in parte quotata nelle borse dell’economia e della politica. «Devo fare in fretta. Adesso tocca a me». Appena due mesi e la sua vita brucia. Nel 2000, Rai News di Morrione manda in onda una sintesi di 30 minuti dopo aver tentato di convincere i Tg a presentarne almeno una parte. Niente. Santoro lo fa nel Rosso e il Nero e il Cavaliere e il senatore di casa, Paolo Guzzanti, scatenano la bagarre. Fumo senza arrosto. È passato tanto tempo ed è il momento di informare i ragazzi quale paese si nasconde dietro il paese delle promesse che suonano. Ascoltiamo Borsellino dando modo a chi ne è coinvolto di rispondere ma lasciando che la gente possa decidere da sola quale verità é credibile. Radio24- Sole 24 Ore lo sta facendo, microfoni non rivoluzionari della Confindustria. Chissà la Rai. La curiosità francese insisteva nell’avere notizie a proposito di Vittorio Mangano, stalliere nella Arcore di Berlusconi, assunto per la calda raccomandazione del senatore Dell’ Utri. Racconta Borsellino: «Avevo conosciuto Mangano prima degli anni ’76-’80. Ho istruito nei suoi confronti un procedimento per estorsione ad alcune cliniche private nel palermitano». Buscetta e Contorno, padrini doc, lo indicavano «uomo d’onore di Cosa Nostra». d- Uomo d’onore legato a Pippo Calò? «Falcone ne aveva intercettato le telefonate. Mangano risiedeva a Milano, era un terminale dei traffici di droga che riconducevano alle famiglie palermitane. Annuncia al telefono ad un mafioso sotto controllo l’arrivo di una partita di magliette e cavalli, gergo dal significato ormai accertato: lo avevamo decifrato in altre istruttorie e ogni istruttoria venuta dopo ne ha confermato l’interpretazione. Parlavano di stupefacenti». d- Dell’ Utri c’entra? «Credo sia aperta a Palermo un’indagine col vecchio rito processuale nelle mani di un giudice istruttore, ma non me ne sono interessato». d- Si tratta di Marcello o del fratello Alberto Dell’Utri, entrambi Publitalia? «Sì». d- Nell’inchiesta di San Valentino c’è un colloquio tra Vittorio Mangano e Dell’Utri in cui si parla di cavalli? «Nelle intercettazioni ascoltate nel maxiprocesso si parla di cavalli da consegnare in albergo. Non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno deve recapitare un cavallo lo porta all’ippodromo o al maneggio. Non in albergo». d- Le sembra strano che certi personaggi, protagonisti dell’economia come Berlusconi e Dell’Utri, siano collegati con uomini d’onore tipo Vittorio Mangano? «All’inizio anni ’70 Cosa Nostra comincia a diventare un impero nel senso che attraverso l’inserimento quasi monopolistico nel traffico di stupefacenti, gestisce una massa enorme di capitali per i quali cerca uno sbocco. Questi capitali in parte vengono esportati e depositati all’estero e allora si spiega la vicinanza tra Cosa Nostra e certi finanzieri». d- Mangano era un pesce pilota? «Apparteneva a quei personaggi teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia». d- Si dice abbia lavorato per Berlusconi … (al momento dell’intervista la notizia non era ufficialmente confermata). «Non lo saprei. Come magistrato ho una certa ritrosia a dire cose di cui non sono certo. So che esistono indagini in corso… », per scoprire se Mangano era stalliere nella villa di Arcore. «… ma è una vicenda che non mi appartiene». d- Può confermare se l’inchiesta è aperta? «C’è un’inchiesta ancora aperta». La seconda intervista risale a cento giorni fa. Vigilia delle elezioni. Berlusconi raccoglie e rafforza lo sdegno di Dell’Utri. Senza spiegare la ragione, il senatore esplode nella difesa di Mangano. Non si capisce come mai, quando il voto è vicino, Mangano sepolto da tempo, l’improvvisa frenesia dell’incensare il passato di un protagonista per le meno controverso. Analisti maligni lo hanno interpretato come messaggio tranquillizzante ad amici siciliani. Può essere un’ ipotesi al veleno, nervi elettorali elettrici. «Vittorio Mangano era il fattore di Arcore, non uno stalliere», precisa Berlusconi. «Pur essendo in carcere malato e sollecitato dai pubblici ministeri, eroicamente non inventò mai nulla contro di noi. Sarebbe uscito di prigione se ci avesse accusati». Uomo di vero onore, insomma. Il risultato elettorale siciliano gliene dà gloria. Ma ricordare per un giorno, una settimana, magari un mese la lealtà di Borsellino non può bastare. Che i ragazzi non sappiano come si sono formati i gestori dell’ Italia 2000 lo hanno capito gli spettatori di una certa età nelle sale dove si proietta «Il divo», misteri cangianti di Giulio Andreotti raccontati da Paolo Sorrentino che è poi la storia politica dagli anni ’70 ad oggi. Sussurri nel buio di trentenni e quarantenni che perdono la bussola: «Sindona? L’ho già sentito nominare». «Perché Moro si è arrabbiato quando il ministro degli esteri Andreotti va a trovarlo di nascosto a New York». «Gelli, so chi è. È scappato da una prigione svizzera e si è fatto crescere i baffi. Ma lo hanno preso». «Cosa c’entra la P2 con Piazza Fontana?». Berlusconi piduista come i generali argentini? Cicchitto piduista come il capo del suo partito Berlusconi?». «Adesso ti dico un nome del giornalista P2 che non ti aspetti… ». Cinema-brusio. Ripassi frettolosi inseguendo le immagini, ma appena casa i ragazzi non più ragazzi accendono la Tv, ritrovano gli uomini incappucciati che fanno la morale. Sbaglia il film o l’indulgenza dei giornalisti tappeto accompagna la decadenza dei tempi ? Rispondo al professore di un lice milanese, padre con due figli fra i banchi: bella l’idea rivisitare assieme agli studenti la storia d’ Italia attraverso i film. Aggiungo all’elenco che è arrivato: «Le mani sulla città», di Francesco Rosi. Spiega la Napoli di oggi e le fortune dei palazzinari. « Un eroe borghese», di Michele Placido ispirato dallo straordinario romanzo-verità di Corrado Staiano. È la storia dell’avvocato Giorgio Ambrosoli nella Milano da bere, anni craxiani. Viene ucciso da un killer che Sindona manda da New York. L’avvocato stava scoprendo pagine che inquietavano non solo il fallimento della Banca Privata del finanziere siciliano, ma gli intrecci tra mafia e P2, Ior vaticano di Marcinkus, scalata al Corriere della Sera, insomma l’Italia i cui protagonisti galoppano ancora. Ambrosoli apparteneva alla borghesia della Milano di una volta: ogni impegno era un impegno, proibito l’imbroglio. Anche «Il giudice ragazzino» di Alessandro de Robillant, ricostruzione di Nando Dalla Chiesa della morte violenta di Rosario Livatino, procuratore ad Agrigento. E «Il caso Moro» di Giuseppe Ferrara, e «I banchieri di Dio», P2, Vaticato e Roberto Calvi che si impicca nel ponte dei frati neri di Londra. E «La classe operaia non va in paradiso», tanto per far capire come dopo tanti anni a perdere sono sempre gli stessi, stretti tra gli egoismi del potere e l’infantilismo della sinistra visionaria. Sullo sfondo l’eterno Andreotti e chi ne ha preso il posto con le apposite Tv: identificazione completa della politica in quanto scienza del potere. I successori hanno solo aggiunto gli affari. Attraverso le ombre dello schermo la storia si trasforma nel romanzo di un paese, aiutando gli incolpevoli malinformati a capire cosa nascondono le parole che una pattuglia di politici ancora distribuisce per sfumare il loro passato. Le ultime parole di Borsellino possono diventare il primo film di un’educazione senza ipocrisia; immagini che aiutano a sfogliare libri e giornali. Aspettiamo che la Rai faccia la scelta giusta, naturalmente. continua su Liberacittadinanza
Non sono passati inosservati gli attacchi lanciati da Sabina Guzzanti dal palco romano del "No Cav Day" all’indirizzo delle più alte cariche istituzionali, papa Ratzinger compreso. Ma quello che con ogni probabilità avrà uno strascico giudiziario è l’attacco al ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, che ha già annunciato di voler querelare l’autrice satirica. Ecco la frase della Guzzanti che ha scatenato l’ira della ministra: “Non me ne frega niente della vita sessuale di Berlusconi, ma tu non puoi mettere là alle Pari Opportunità una che sta là perché ti ha succhiato l’uccello […] non la puoi mettere da nessuna parte ma in particolare non la puoi mettere alle Pari Opportunità”. Seguono applausi, ma soprattutto le risate del pubblico che riempie piazza Navona. La critica della Guzzanti è durissima, certo. E si basa sul contenuto di un’intercettazione tra Silvio Berlusconi e l’amico fedele Confalonieri, che però non è mai stata pubblicata. Secondo diverse voci, quell’intercettazione sarebbe stata distrutta dal Gip perché ritenuta irrilevante ai fini del processo. Sta di fatto, però, che il succo di quella conversazione è sulla bocca di tutti; e riportato, pur se fra le righe, dai maggiori quotidiani nazionali. Se si dovesse valutare la frase della Guzzanti secondo i parametri del diritto di critica, potrebbero sorgere alcune difficoltà. Difficoltà derivanti principalmente dal fatto che tecnicamente quell’intercettazione non esiste più, essendo stata distrutta per ordine della magistratura. Quanto contenuto in quella intercettazione è, allo stato attuale, una vox populi. Vincolata alla prova della verità dei fatti, la Guzzanti, nel giudizio per diffamazione intentato dalla Carfagna, potrebbe subire una condanna, proprio perché potrebbe non riuscire a fornire quella prova. A meno che colui che è in possesso delle trascrizioni autentiche di quell’intercettazione non le passi alla Guzzanti. Cosa che tuttavia appare alquanto improbabile. Ma una soluzione diametralmente opposta deriverebbe valutando il contesto nel quale si inserisce la frase incriminata. La Guzzanti sale sul palco di piazza Navona e incomincia canticchiando la nota filastrocca dell’osteria opportunamente adattata a Palazzo Chigi (“Osteria delle ministre… paraponziponzipò”), alludendo alle prestazioni sessuali che la Carfagna, da quanto trapelerebbe da quella intercettazione, avrebbe reso a Berlusconi in cambio della sua nomina a ministro per le Pari Opportunità. Ironizza sul paradosso che caratterizzerebbe la moralità di alcune figure pubbliche. Come l’ex sindaco di New York, che pubblicamente accosta il sesso al demonio, salvo essere pescato nel dare 200 mila dollari ad un’agenzia che gestisce prostitute. Pier Ferdinando Casini, “divorziato tre volte”. Cosimo Mele, parlamentare Udc e sostenitore di un giro di vite su droga e prostituzione, finito nel luglio 2007 sulle prime pagine dei giornali per aver organizzato un droga party con due squillo in un albergo di via Veneto. E sul significato di “moralismo” invita i “moralisti” a consultare il vocabolario, o in mancanza ad imparare dai film di Alberto Sordi. Non c’è dubbio, quindi, che la frase della Guzzanti, anche in considerazione del personaggio, si inserisca in un contesto più di satira che di critica. Conclusione rafforzata dalla constatazione che notoriamente la satira della Guzzanti si caratterizza proprio per l’improvviso alternarsi tra il serio e il faceto. E che la frase incriminata sia riconducibile al diritto di satira risolve il problema circa l’attuale impossibilità di ricondurre con certezza ad una “fonte ufficiale” (quale un provvedimento giudiziario) i fatti descritti dalla Guzzanti. Perché la satira, non soddisfando esigenze informative, può prescindere dal requisito della verità. Quello che rileva nella satira è esclusivamente la dimensione pubblica del personaggio preso di mira, che va vista come un enorme contenitore di vetro nel quale confluiscono tutte le informazioni che lo riguardano. L’autore satirico pesca in questo contenitore e utilizza quelle informazioni per costruire il messaggio satirico. Ma senza curarsi se quelle informazioni siano vere o false. Gestire informazioni vere, ossia notizie, è compito del giornalista, non dell’autore satirico. Di conseguenza, la satira può basarsi su fatti ufficialmente non veri, purché di dominio pubblico. Nel caso in questione, l’attuale dimensione pubblica di Mara Carfagna mostra una giovane ex show girl senza alcuna esperienza politica che viene dal presidente del Consiglio Berlusconi improvvisamente nominata ministro per le Pari Opportunità, ma grazie ai favori sessuali propinatigli, stando al contenuto di quella intercettazione. Non si sa se e in che misura quelle affermazioni sulla Carfagna siano vere. Ma è certo che sono di dominio pubblico e senza dubbio ne caratterizzano l’attuale dimensione pubblica. E se ciò è assolutamente insufficiente perché quelle circostanze possano legittimamente confluire in un messaggio informativo, diversamente deve concludersi nell’eventualità in cui quelle circostanze vengano citate in un contesto satirico, come appunto fatto dalla Guzzanti dal palco di piazza Navona. continua su Idifesa dell'informazione
Il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli non è mai stato abbandonato. Una malattia non può considerarsi debellata fino a quando l'ultimo agente patogeno non sia stato stroncato. Da un solo ceppo resistente, l'infezione può sempre tornare a proliferare. La malattia delle istituzioni si chiama P2. L'agente patogeno resistente al trattamento è la tessera n°1816 dell'albo: Silvio Berlusconi. Ci sono delle analogie strabilianti tra il manifesto della P2 e la storia italiana degli ultimi trent'anni di cui Berlusconi è stato protagonista. Vediamo quali. Il Discepolo 1816 video di byoblu
vignetta di Molly Bezz
Stupisce lo stupore. Ma come: Berlusconi rinuncia a diventare uno statista per sistemare le sue tv e i suoi processi? Ma non era cambiato? In realtà, in questi 15 anni, tutto è cambiato tranne lui. Lui non ha mai fatto mistero di quel che è. Fin da quando, alla vigilia dell’ingresso in politica, confidò a Montanelli e Biagi: «Se non entro in politica, finisco in galera».
Infatti da 15 anni, che governi lui o gli «altri», il Parlamento è mobilitato per salvarlo dai processi. vignetta di Molly Bezz Stiamo vivendo una vera emergenza democratica, si militarizza il territorio, la legge sulle intercettazioni mette il bavaglio alla libera informazione e fa si che una quantità di reati di grave allarme sociale, come corruzione, concussione e usura, e tutti i reati contro l'amministrazione pubblica siano difficilmente idagati. Ora si prospetta un nuovo "Lodo Schifani" per garantire l' impunità al primo ministro.
La legge sulle intercettzioni è una censura inaccettabile alla libera informazione. I giornalisti sono pronti allo sciopero. Allarme presso le associazioni internazionali. Liberacittadinanza invita i cittadini a mobilitarsi contro questa "legge bavaglio".
INTERCETTAZIONI: E ALLORA ARRESTATECI TUTTI di Marco Travaglio LA LEGGE DEL BAVAGLIO di Vittorio Emiliani SANTA RITA, Da Mengele a Ponzio Pilato di Lidia Ravera Divide et impera
Quello che fanno i mass media si chiama propaganda.
Siamo bombardati da dati senza senso. La guerra è tra poveri e i ricchi se la ridono. La guerra è tra poveri e i ricchi se la ridono. Il potere esaspera mediaticamente i conflitti. E’ interesse delle caste tener vivo
continua su Articolo 21
è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime.
L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze.
L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta.
Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai.
Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo".
(Indro Montanelli)
"Vagabondando qua e là, un grosso cane finì in una stanza in cui le pareti erano dei grandi specchi. Si trova sempre ciò che si aspetta di trovare... " grazie Nonno Nino
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