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"Comunicare l'un l'altro, scambiarsi informazioni è natura;

tener conto delle informazioni che ci vengono date è cultura".

(Goethe)

    

 

 

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Il 19 luglio 1992 moriva Paolo Borsellino. Tremo pensando a come lo ricorderanno le autorità: il presidente della regione Sicilia Salvatore Lombardo, il senatore Cuffaro, alcuni onorevoli affiliati al governo, qualche ministro.

Speriamo limitino il cordoglio ad una presenza decorativa. Tremo, immaginando il loro distinguere tra magistrati impegnati a combattere la criminalità e magistrati che «fanno politica» perché scavano nelle italiche vergogne. Tremo perché alle nostre spalle crescono generazioni che sanno poco o niente. Disinformate, distratte. Ogni messaggio ambiguo le allontana dalla concretezza che potrebbe aiutare la speranza mentre il silenzio li condanna all’indifferenza programmata da chi non sopporta la memoria.

Ecco perché Borsellino dovrebbe essere ricordato mandando in onda solo le sue parole: intervista con domande e risposte. Nessuna retorica. Ultima voce del giudice coraggioso assieme alla voce di chi vuol sapere.

Ricominciamo a sciogliere la matassa affari-politica dalla pazienza che ci ha insegnato Il colloquio è del 19 maggio ’92 con i giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscati. Nove giorni dopo Giovanni Falcone viene ucciso a Capaci. Borsellino capisce che gli è rimasto un tempo ormai contato. Nel maxiprocesso aveva inchiodato il gotha della mafia assieme a Falcone lasciando intendere a Cosa Nostra che non avrebbero mai smesso di frugare negli interessi di una società in parte segreta e in parte quotata nelle borse dell’economia e della politica. «Devo fare in fretta. Adesso tocca a me». Appena due mesi e la sua vita brucia.

Nel 2000, Rai News di Morrione manda in onda una sintesi di 30 minuti dopo aver tentato di convincere i Tg a presentarne almeno una parte. Niente. Santoro lo fa nel Rosso e il Nero e il Cavaliere e il senatore di casa, Paolo Guzzanti, scatenano la bagarre. Fumo senza arrosto.

È passato tanto tempo ed è il momento di informare i ragazzi quale paese si nasconde dietro il paese delle promesse che suonano. Ascoltiamo Borsellino dando modo a chi ne è coinvolto di rispondere ma lasciando che la gente possa decidere da sola quale verità é credibile. Radio24- Sole 24 Ore lo sta facendo, microfoni non rivoluzionari della Confindustria. Chissà la Rai.

La curiosità francese insisteva nell’avere notizie a proposito di Vittorio Mangano, stalliere nella Arcore di Berlusconi, assunto per la calda raccomandazione del senatore Dell’ Utri.
Racconta Borsellino: «Avevo conosciuto Mangano prima degli anni ’76-’80. Ho istruito nei suoi confronti un procedimento per estorsione ad alcune cliniche private nel palermitano». Buscetta e Contorno, padrini doc, lo indicavano «uomo d’onore di Cosa Nostra».

d- Uomo d’onore legato a Pippo Calò? «Falcone ne aveva intercettato le telefonate. Mangano risiedeva a Milano, era un terminale dei traffici di droga che riconducevano alle famiglie palermitane. Annuncia al telefono ad un mafioso sotto controllo l’arrivo di una partita di magliette e cavalli, gergo dal significato ormai accertato: lo avevamo decifrato in altre istruttorie e ogni istruttoria venuta dopo ne ha confermato l’interpretazione. Parlavano di stupefacenti».

d- Dell’ Utri c’entra? «Credo sia aperta a Palermo un’indagine col vecchio rito processuale nelle mani di un giudice istruttore, ma non me ne sono interessato».

d- Si tratta di Marcello o del fratello Alberto Dell’Utri, entrambi Publitalia? «Sì».

d- Nell’inchiesta di San Valentino c’è un colloquio tra Vittorio Mangano e Dell’Utri in cui si parla di cavalli?
«Nelle intercettazioni ascoltate nel maxiprocesso si parla di cavalli da consegnare in albergo. Non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno deve recapitare un cavallo lo porta all’ippodromo o al maneggio. Non in albergo».

d- Le sembra strano che certi personaggi, protagonisti dell’economia come Berlusconi e Dell’Utri, siano collegati con uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?
«All’inizio anni ’70 Cosa Nostra comincia a diventare un impero nel senso che attraverso l’inserimento quasi monopolistico nel traffico di stupefacenti, gestisce una massa enorme di capitali per i quali cerca uno sbocco. Questi capitali in parte vengono esportati e depositati all’estero e allora si spiega la vicinanza tra Cosa Nostra e certi finanzieri».

d- Mangano era un pesce pilota?
«Apparteneva a quei personaggi teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia».

d- Si dice abbia lavorato per Berlusconi … (al momento dell’intervista la notizia non era ufficialmente confermata).
«Non lo saprei. Come magistrato ho una certa ritrosia a dire cose di cui non sono certo. So che esistono indagini in corso… », per scoprire se Mangano era stalliere nella villa di Arcore. «… ma è una vicenda che non mi appartiene».

d- Può confermare se l’inchiesta è aperta?
«C’è un’inchiesta ancora aperta».

La seconda intervista risale a cento giorni fa. Vigilia delle elezioni. Berlusconi raccoglie e rafforza lo sdegno di Dell’Utri. Senza spiegare la ragione, il senatore esplode nella difesa di Mangano. Non si capisce come mai, quando il voto è vicino, Mangano sepolto da tempo, l’improvvisa frenesia dell’incensare il passato di un protagonista per le meno controverso.

Analisti maligni lo hanno interpretato come messaggio tranquillizzante ad amici siciliani. Può essere un’ ipotesi al veleno, nervi elettorali elettrici. «Vittorio Mangano era il fattore di Arcore, non uno stalliere», precisa Berlusconi. «Pur essendo in carcere malato e sollecitato dai pubblici ministeri, eroicamente non inventò mai nulla contro di noi. Sarebbe uscito di prigione se ci avesse accusati». Uomo di vero onore, insomma. Il risultato elettorale siciliano gliene dà gloria.

Ma ricordare per un giorno, una settimana, magari un mese la lealtà di Borsellino non può bastare. Che i ragazzi non sappiano come si sono formati i gestori dell’ Italia 2000 lo hanno capito gli spettatori di una certa età nelle sale dove si proietta «Il divo», misteri cangianti di Giulio Andreotti raccontati da Paolo Sorrentino che è poi la storia politica dagli anni ’70 ad oggi.

Sussurri nel buio di trentenni e quarantenni che perdono la bussola: «Sindona? L’ho già sentito nominare». «Perché Moro si è arrabbiato quando il ministro degli esteri Andreotti va a trovarlo di nascosto a New York». «Gelli, so chi è. È scappato da una prigione svizzera e si è fatto crescere i baffi. Ma lo hanno preso». «Cosa c’entra la P2 con Piazza Fontana?». Berlusconi piduista come i generali argentini? Cicchitto piduista come il capo del suo partito Berlusconi?». «Adesso ti dico un nome del giornalista P2 che non ti aspetti… ». Cinema-brusio. Ripassi frettolosi inseguendo le immagini, ma appena casa i ragazzi non più ragazzi accendono la Tv, ritrovano gli uomini incappucciati che fanno la morale.

Sbaglia il film o l’indulgenza dei giornalisti tappeto accompagna la decadenza dei tempi ?
Rispondo al professore di un lice milanese, padre con due figli fra i banchi: bella l’idea rivisitare assieme agli studenti la storia d’ Italia attraverso i film. Aggiungo all’elenco che è arrivato: «Le mani sulla città», di Francesco Rosi. Spiega la Napoli di oggi e le fortune dei palazzinari. «

Un eroe borghese», di Michele Placido ispirato dallo straordinario romanzo-verità di Corrado Staiano. È la storia dell’avvocato Giorgio Ambrosoli nella Milano da bere, anni craxiani. Viene ucciso da un killer che Sindona manda da New York. L’avvocato stava scoprendo pagine che inquietavano non solo il fallimento della Banca Privata del finanziere siciliano, ma gli intrecci tra mafia e P2, Ior vaticano di Marcinkus, scalata al Corriere della Sera, insomma l’Italia i cui protagonisti galoppano ancora. Ambrosoli apparteneva alla borghesia della Milano di una volta: ogni impegno era un impegno, proibito l’imbroglio.

Anche «Il giudice ragazzino» di Alessandro de Robillant, ricostruzione di Nando Dalla Chiesa della morte violenta di Rosario Livatino, procuratore ad Agrigento. E «Il caso Moro» di Giuseppe Ferrara, e «I banchieri di Dio», P2, Vaticato e Roberto Calvi che si impicca nel ponte dei frati neri di Londra. E «La classe operaia non va in paradiso», tanto per far capire come dopo tanti anni a perdere sono sempre gli stessi, stretti tra gli egoismi del potere e l’infantilismo della sinistra visionaria. Sullo sfondo l’eterno Andreotti e chi ne ha preso il posto con le apposite Tv: identificazione completa della politica in quanto scienza del potere. I successori hanno solo aggiunto gli affari.

Attraverso le ombre dello schermo la storia si trasforma nel romanzo di un paese, aiutando gli incolpevoli malinformati a capire cosa nascondono le parole che una pattuglia di politici ancora distribuisce per sfumare il loro passato. Le ultime parole di Borsellino possono diventare il primo film di un’educazione senza ipocrisia; immagini che aiutano a sfogliare libri e giornali. Aspettiamo che la Rai faccia la scelta giusta, naturalmente.
continua su Liberacittadinanza
 

     

 

Non sono passati inosservati gli attacchi lanciati da Sabina Guzzanti dal palco romano del "No Cav Day" all’indirizzo delle più alte cariche istituzionali, papa Ratzinger compreso. Ma quello che con ogni probabilità avrà uno strascico giudiziario è l’attacco al ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, che ha già annunciato di voler querelare l’autrice satirica.

Ecco la frase della Guzzanti che ha scatenato l’ira della ministra: “Non me ne frega niente della vita sessuale di Berlusconi, ma tu non puoi mettere là alle Pari Opportunità una che sta là perché ti ha succhiato l’uccello […] non la puoi mettere da nessuna parte ma in particolare non la puoi mettere alle Pari Opportunità”. Seguono applausi, ma soprattutto le risate del pubblico che riempie piazza Navona.

La critica della Guzzanti è durissima, certo. E si basa sul contenuto di un’intercettazione tra Silvio Berlusconi e l’amico fedele Confalonieri, che però non è mai stata pubblicata. Secondo diverse voci, quell’intercettazione sarebbe stata distrutta dal Gip perché ritenuta irrilevante ai fini del processo. Sta di fatto, però, che il succo di quella conversazione è sulla bocca di tutti; e riportato, pur se fra le righe, dai maggiori quotidiani nazionali.

Se si dovesse valutare la frase della Guzzanti secondo i parametri del diritto di critica, potrebbero sorgere alcune difficoltà. Difficoltà derivanti principalmente dal fatto che tecnicamente quell’intercettazione non esiste più, essendo stata distrutta per ordine della magistratura. Quanto contenuto in quella intercettazione è, allo stato attuale, una vox populi. Vincolata alla prova della verità dei fatti, la Guzzanti, nel giudizio per diffamazione intentato dalla Carfagna, potrebbe subire una condanna, proprio perché potrebbe non riuscire a fornire quella prova. A meno che colui che è in possesso delle trascrizioni autentiche di quell’intercettazione non le passi alla Guzzanti. Cosa che tuttavia appare alquanto improbabile.

Ma una soluzione diametralmente opposta deriverebbe valutando il contesto nel quale si inserisce la frase incriminata. La Guzzanti sale sul palco di piazza Navona e incomincia canticchiando la nota filastrocca dell’osteria opportunamente adattata a Palazzo Chigi (“Osteria delle ministre… paraponziponzipò”), alludendo alle prestazioni sessuali che la Carfagna, da quanto trapelerebbe da quella intercettazione, avrebbe reso a Berlusconi in cambio della sua nomina a ministro per le Pari Opportunità. Ironizza sul paradosso che caratterizzerebbe la moralità di alcune figure pubbliche. Come l’ex sindaco di New York, che pubblicamente accosta il sesso al demonio, salvo essere pescato nel dare 200 mila dollari ad un’agenzia che gestisce prostitute. Pier Ferdinando Casini, “divorziato tre volte”. Cosimo Mele, parlamentare Udc e sostenitore di un giro di vite su droga e prostituzione, finito nel luglio 2007 sulle prime pagine dei giornali per aver organizzato un droga party con due squillo in un albergo di via Veneto. E sul significato di “moralismo” invita i “moralisti” a consultare il vocabolario, o in mancanza ad imparare dai film di Alberto Sordi.

Non c’è dubbio, quindi, che la frase della Guzzanti, anche in considerazione del personaggio, si inserisca in un contesto più di satira che di critica. Conclusione rafforzata dalla constatazione che notoriamente la satira della Guzzanti si caratterizza proprio per l’improvviso alternarsi tra il serio e il faceto. E che la frase incriminata sia riconducibile al diritto di satira risolve il problema circa l’attuale impossibilità di ricondurre con certezza ad una “fonte ufficiale” (quale un provvedimento giudiziario) i fatti descritti dalla Guzzanti.

Perché la satira, non soddisfando esigenze informative, può prescindere dal requisito della verità. Quello che rileva nella satira è esclusivamente la dimensione pubblica del personaggio preso di mira, che va vista come un enorme contenitore di vetro nel quale confluiscono tutte le informazioni che lo riguardano. L’autore satirico pesca in questo contenitore e utilizza quelle informazioni per costruire il messaggio satirico. Ma senza curarsi se quelle informazioni siano vere o false. Gestire informazioni vere, ossia notizie, è compito del giornalista, non dell’autore satirico.

Di conseguenza, la satira può basarsi su fatti ufficialmente non veri, purché di dominio pubblico. Nel caso in questione, l’attuale dimensione pubblica di Mara Carfagna mostra una giovane ex show girl senza alcuna esperienza politica che viene dal presidente del Consiglio Berlusconi improvvisamente nominata ministro per le Pari Opportunità, ma grazie ai favori sessuali propinatigli, stando al contenuto di quella intercettazione. Non si sa se e in che misura quelle affermazioni sulla Carfagna siano vere. Ma è certo che sono di dominio pubblico e senza dubbio ne caratterizzano l’attuale dimensione pubblica. E se ciò è assolutamente insufficiente perché quelle circostanze possano legittimamente confluire in un messaggio informativo, diversamente deve concludersi nell’eventualità in cui quelle circostanze vengano citate in un contesto satirico, come appunto fatto dalla Guzzanti dal palco di piazza Navona.

 

        

 
Il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli non è mai stato abbandonato. Una malattia non può considerarsi debellata fino a quando l'ultimo agente patogeno non sia stato stroncato. Da un solo ceppo resistente, l'infezione può sempre tornare a proliferare.
La malattia delle istituzioni si chiama P2. L'agente patogeno resistente al trattamento è la tessera n°1816 dell'albo: Silvio Berlusconi.

Ci sono delle analogie strabilianti tra il manifesto della P2 e la storia italiana degli ultimi trent'anni di cui Berlusconi è stato protagonista. Vediamo quali.
 
Il Discepolo 1816 video di byoblu
 

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vignetta di Molly Bezz

 
 
 

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Stupisce lo stupore. Ma come: Berlusconi rinuncia a diventare uno statista per sistemare le sue tv e i suoi processi? Ma non era cambiato? In realtà, in questi 15 anni, tutto è cambiato tranne lui. Lui non ha mai fatto mistero di quel che è. Fin da quando, alla vigilia dell’ingresso in politica, confidò a Montanelli e Biagi: «Se non entro in politica, finisco in galera».

Infatti da 15 anni, che governi lui o gli «altri», il Parlamento è mobilitato per salvarlo dai processi.
Miracolo. Il 1994 si apre con la «discesa in campo per un nuovo miracolo italiano». Quale miracolo, lo si capisce poche settimane dopo.  Quando, al termine di un anno di indagini, la Procura di Milano chiede l’arresto di Paolo Berlusconi per le tangenti al fondo pensioni Cariplo in cambio dell’acquisto di immobili Edilnord invenduti, e di Marcello Dell’Utri per i fondi neri di Publitalia. Una fuga di notizie del Tg5 salva Dell’Utri dalle manette, mentre Paolo finisce dentro e confessa. Il Cavaliere, che sui giudici dice il contrario di ciò che pensa per non urtare gli elettori, tutti schierati col pool Mani Pulite, vince le elezioni e forma il suo primo governo. Tenta, invano, di avere come ministri i due uomini simbolo del Pool, Di Pietro e Davigo, rispettivamente all’Interno e alla Giustizia. Scalfaro gli impedisce di nominare Guardasigilli Cesare Previti, che slitta alla Difesa. In via Arenula arriva Alfredo Biondi. Poi un sottufficiale della Guardia di Finanza denuncia il suo capo: gli ha offerto una quota di una mazzetta appena pagata dalla Fininvest per ammorbidire una verifica fiscale.
Decreto Biondi. E’ lo scandalo delle mazzette alle Fiamme Gialle: coinvolti un centinaio di militari e 500 aziende, tre delle quali appartengono al nuovo premier. L’ufficiale pagatore del Biscione è il dirigente Salvatore Sciascia, che sta per essere arrestato insieme a colui che, a suo dire, gli ha dato i soldi e l’autorizzazione a pagare: Paolo Berlusconi. Per i due è pronta la richiesta di cattura. E c’è il rischio che, in carcere, confessino la verità. Silvio, da Palazzo Chigi, commissiona in fretta e furia a Biondi un decreto per vietare la custodia cautelare in carcere per vari reati, compresi quelli contro la pubblica amministrazione. Corruzione compresa. E’ il primo Salvaladri, che fa uscire circa 3 mila detenuti in tre giorni. E soprattutto non fa entrare Paolo e Sciascia. Poi, a furor di popolo, Bossi e Fini non ancora ridotti a maggiordomi impongono il ritiro della porcata. Paolo e Sciascia finiscono in manette e confessano. Poi si scopre che il consulente Fininvest Massimo Maria Berruti ha depistato le indagini subito dopo un incontro a Palazzo Chigi col premier. Che, il 21 novembre, riceve il suo primo invito a comparire. Lui si adopera con ispezioni ministeriali e ricatti per propiziare le dimissioni di Di Pietro e il 6 dicembre le ottiene. Due settimane dopo, Bossi rovescia in polemica con la riforma delle pensioni.
L’inciucio. Il Cavaliere passa all’opposizione del governo Dini, anche se è pappa e ciccia col nuovo Guardasigilli Filippo Mancuso, che perseguita con attacchi e ispezioni le Procure di Milano e Palermo (qui si indaga su Berlusconi e Dell’Utri per mafia e riciclaggio). E ottiene la prima controriforma bipartisan della giustizia:quella che rende più difficile la custodia cautelare per i colletti bianchi. Nel marzo ’96, scandalo «toghe sporche»: indagati e/o arrestati alcuni magistrati romani, corrotti dagli avvocati Fininvest Previti e Pacifico, in seguito alle rivelazioni di Stefania Ariosto al pm Ilda Boccassini. Berlusconi è indagato come uno dei mandanti. Un mese dopo Prodi vince le elezioni e inaugura il quinquennio dell’Ulivo.
Ma sulla giustizia Berlusconi continua a vincere anche se ha perso, grazie all’Ulivo che gliele dà tutte vinte. Essendo indagato a Milano per corruzione dei giudici e della Finanza, per le tangenti a Craxi tramite All Iberian, per i fondi neri nell’acquisto del calciatore Lentini e dei terreni di Macherio, oltrechè indagato per mafia e riciclaggio a Palermo, attacca quotidianamente le Procure e anche Di Pietro, fino a quel momento risparmiato nella speranza che aderisse a Forza Italia. L’ex pm viene denunciato e indagato più volte a Brescia, dove anche gli altri pm milanesi devono difendersi dalle accuse del Cavaliere, che li fa incriminare per «attentato a organo costituzionale». Una specie di colpo di Stato.
Leggi ad personas. Intanto in Parlamento le leggi «ad personas» ammazza-toghe e salva-imputati si susseguono a getto continuo, sempre votate da maggioranze bulgare e trasversali, in parallelo alla Bicamerale, dove il lottatore continuo Marco Boato prepara bozze su bozze che mettono la magistratura al guinzaglio del potere politico. La bozza finale viene votata da tutti i partiti, eccetto Rifondazione. Sul più bello, il Caimano fa saltare il banco perché ormai ha ottenuto tutto quel che voleva: infatti, sono passate quasi tutte le leggi contenute nel programma della Giustizia del Polo, scritto da Previti nel ’96 e bocciato dagli elettori. Il nuovo articolo 513 Cpp cambia le regole dei processi a partita in corso e costringe i giudici a ripartire daccapo: prescrizione garantita a centinaia d’imputati di Tangentopoli. La Consulta lo dichiara incostituzionale e destra e sinistra, a tempo di record, lo conficcano nella Costituzione (articolo 111, il cosiddetto «giusto processo»). Seguono la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale, la legge imbavaglia-pentiti, il patteggiamento in Cassazione e la depenalizzazione dell’uso di false fatture (per risparmiare il carcere a Dell’Utri, condannato in appello a 3 anni e 2 mesi per false fatture), il no delle Camere all’arresto di Previti e Dell’Utri e così via. Incassato tutto l’incassabile, nel 2001 Berlusconi stravince e torna al potere.
Leggi ad personam. Ormai, da salvare dai processi, sono rimasti solo il premier e il fido Previti: per loro la giustizia-lumaca è ancora troppo efficiente e spedita. Dunque, per tutta la legislatura, si lavora per paralizzarla definitivamente. Appena rientrato a Palazzo Chigi, Berlusconi scatena subito i suoi onorevoli avvocati, Pecorella e Ghedini, e i suoi giannizzeri, Dell’Utri e Guzzanti, con una legge che si propone di cestinare tutte le prove trasmesse per rogatoria dalle magistrature straniere. Per esempio, le carte che dimostrano i passaggi di denaro estero su estero dalle sue aziende ai conti di Previti a quelli di alcuni giudici romani. Recitando un copione stilato da Pio Pompa, lo spione preferito dal comandante del Sismi Niccolò Pollari, che raccoglie schedature su magistrati, politici e giornalisti «rossi», il Cavaliere denuncia un complotto planetario dell’«Internazionale delle toghe rosse».
La Svizzera, per protesta, blocca la ratifica del trattato sulle rogatorie con l’Italia. I giudici di tutta Europa insorgono. Per fortuna la legge è scritta coi piedi e non verrà mai applicata da nessun tribunale: contrasta con le prassi e con una mezza dozzina di convenzioni internazionali, che prevalgono sulle norme ordinarie.
Intanto Tremonti escogita lo «scudo fiscale» per il rientro anonimo dei capitali illegalmente accumulati ed esportati all’estero. Nel gennaio 2002, il ministro Castelli tenta di trasferire il giudice Brambilla per far saltare il processo Sme. Il governo toglie la scorta a vari magistrati, tra cui Greco e la Boccassini. E abolisce di fatto il reato di falso in bilancio, per cui il premier è imputato in 5 processi: saranno tutti chiusi con la prescrizione o con la formula «il fatto non è più reato». In marzo chiede il trasferimento dei processi a Brescia: il Tribunale di Milano è infestato di toghe rosse e condizionato dai girotondi. Per propiziare il grande trasloco, vara a tappe forzate la legge Cirami che reintroduce il «legittimo sospetto». Ma nel gennaio 2003 la Cassazione lascia i processi dove sono: i giudici milanesi sono imparziali.
Allora il premier che sta per diventare per 6 mesi presidente di turno dell’Ue, impone il lodo Maccanico-Schifani: uno scudo spaziale che rende le 5 alte cariche dello Stato invulnerabili da ogni processo per ogni reato, anche comune, anche commesso prima di assumere l’incarico. C’è anche la norma Boato, che vieta ai giudici di usare le intercettazioni in cui compare anche indirettamente la voce di un parlamentare senza il permesso del Parlamento.
Toghe matte. Per evitare che la sentenza Sme-Ariosto arrivi prima del Lodo, il premier fa saltare le udienze inventando svariati «impedimenti istituzionali» e ricusando continuamente i suoi giudici (14 volte in tutto, tra lui e Previti). Ad abundantiam, spiega che i magistrati sono «antropologicamente diversi dal resto della razza umana», perché «se fai quel mestiere devi essere matto». Nel gennaio 2004 la Consulta dichiara incostituzionale anche il Lodo e il processo Sme al Cavaliere ricomincia.
Allora passa la legge per accorciare la prescrizione dei suoi reati e, per estensione, anche per quelli degli altri: si chiama ex-Cirielli perché il promotore Edmondo Cirielli di An, visto come gliel’hanno stravolta, la sconfessa e non si trova nessuno che voglia darle il proprio nome. Prescritto in primo grado per la tangente al giudice Squillante, Silvio teme la condanna in appello: l’apposito Pecorella abolisce l’appello per le sentenze di proscioglimento. Le condanne invece restano appellabili. Ciampi respinge la legge: incostituzionale. Il premier la rifà uguale e la Consulta la cancella.
Coa(li)zione a ripetere. Nel 2006, come sempre dopo aver governato, Berlusconi perde le elezioni. Ma sulla Giustizia rivince anche se ha perso. L’Unione gli regala subito un indulto extra-large di 3 anni per salvare Previti dagli arresti domiciliari. E gli attacchi ai giudici diventano pane quotidiano anche della sinistra, che crocifigge Clementina Forleo e Luigi de Magistris, rei di aver messo il naso in troppi malaffari trasversali.
Così, nel 2008, Lazzaro risorge e torna a Palazzo Chigi per la terza volta. E per la terza volta si occupa dei suoi processi. Taglia le intercettazioni. Abolisce la cronaca giudiziaria.Sospende almeno 100 mila processi per sospendere il processo Mills, in attesa di varare il Lodo Schifani-bis e rendersi di nuovo invulnerabile. Chi l’avrebbe mai detto. 

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vignetta di Molly Bezz 

 Emergenza Democratica

Stiamo vivendo una vera emergenza democratica, si militarizza il territorio, la legge sulle intercettazioni mette il bavaglio alla libera informazione e fa si che una quantità di reati di grave allarme sociale, come corruzione, concussione e usura, e tutti i reati contro l'amministrazione pubblica siano difficilmente idagati. Ora si prospetta un nuovo "Lodo Schifani" per garantire l' impunità al primo ministro.
Liberacittadinanza invita i cittadini a mobilitarsi in difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione

TUTTO PER SALVARLO di Pancho Pardi

AVVISO D'EMERGENZA di Furio Colombo

LA PARRUCCA DEL RE SOLE CHE GOVERNA IL BEL PAESE di Eugenio Scalfari

da Liberacittadinanza 

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La legge sulle intercettzioni è una censura inaccettabile alla libera informazione. I giornalisti sono pronti allo sciopero. Allarme presso le associazioni internazionali. Liberacittadinanza invita i cittadini a mobilitarsi contro questa "legge bavaglio".

INTERCETTAZIONI: E ALLORA ARRESTATECI TUTTI di Marco Travaglio

LA LEGGE DEL BAVAGLIO di Vittorio Emiliani

SANTA RITA, Da Mengele a Ponzio Pilato di Lidia Ravera
 
 
 
  
          
 
Divide et impera
Quello che fanno i mass media si chiama propaganda.
Siamo bombardati da dati senza senso.
La guerra è tra poveri e i ricchi se la ridono.
La guerra è tra poveri e i ricchi se la ridono.

Il potere esaspera mediaticamente i conflitti.
Italiano-straniero,
uomo-donna,
destra-sinistra,
con il risultato
che il potere ha sempre più potere
e il popolo diventa incapace di farsi sentire
perchè troppo preso a combattere
la sua guerra tra poveri.

E’ interesse delle caste tener vivo
lo scontro tra la destra e la sinistra
(divide et impera),
ma oggi l’unica lotta
è tra le coscienze addormentate e la libertà di pensare,
tra chi vuole conoscere e chi dorme nelle certezze
elargite dai poteri forti.

   
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continua su Articolo 21
 

      

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  "Veramente la scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto:

è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime.
L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze.
L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta.
Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai.
Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo".
   (Indro Montanelli)
 

  "Vagabondando  qua e là, un grosso cane finì in una stanza in cui le pareti erano dei grandi specchi.
Così si vide improvvisamente circondato da cani.
Si infuriò, cominciò a digrignare i denti e a ringhiare.
Tutti i cani delle pareti, naturalmente, fecero altrettanto, scoprendo le loro minacciose zanne.
Il cane cominciò a girare vorticosamente su se stesso per difendersi contro gli attaccanti,
poi abbaiando rabbiosamente si scagliò contro uno dei suoi presunti assalitori.
Finì a terra tramortito e sanguinante per il tremendo urto contro lo specchio.
Avesse scodinzolato in modo amichevole una sola volta, tutti i cani degli specchi l'avrebbero ricambiato.
E sarebbe stato un incontro festoso.

Si trova sempre ciò che si aspetta di trovare... "

grazie Nonno Nino

 
            
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